Scrivere, secondo me

Negli ultimi anni ho concorso con tre delle mie opere al Premio Calvino (Eco, Dialogo di pesce con umani e Quattro) senza mai puntare a vincere, ma alla segnalazione del Comitato di Lettura: non mi sento primo fra altri, ma un autore capace di imbastire, con altri, un discorso letterario degno di attenzione.
Il giudizio a tutti gli effetti incoraggiante che il Comitato ha dato di Quattro conferma un sospetto che covo da tempo: chi mi legge riconosce in me un certo talento, ma il mio modo di intendere l'arte della narrazione cade al di fuori del paradigma scelto come discriminante fra ciò che è letteratura e ciò che non lo è.
Penso che questo sia degno di una riflessione su come si possa intendere la letteratura, interessante per tutti coloro che a vario titolo si occupano di libri: lettori, scrittori, editori.
Nelle righe che seguono metto in luce due paradigmi di letteratura.

Leggendo la scheda di lettura che il Comitato ha stilato per Quattro, dopo un riassunto attento dell'opera e l'estrema cura prestata alla formulazione del giudizio, si trova un elogio esplicito nei miei riguardi:

"Va detto innanzitutto che questo autore rivela una solida capacità e padronanza di scrittura, e merita pertanto di essere fortemente incoraggiato nella prosecuzione del suo percorso di scrittore"

E poco oltre, nello stesso momento in cui mi si rimprovera di non sapere articolare perfettamente uno sviluppo narrativo, si precisa:

"nonostante abbia i numeri per farlo".

Nell'intenzione di chi li ha formulati sono complimenti. Sotto accusa c'è "solo" la mancanza di spessore nei rapporti fra i tre personaggi del romanzo in oggetto, ma questo rimprovero può avere peso unicamente se si assume un tipo di narrazione come paradigma: l'importanza attribuita all'intreccio degli eventi.
Ce n'è un altro? Sì.
C'è un modo di intendere la letteratura non come l'espressione di un'idea attraverso la presentazione di fatti (realistici o fantastici) dotati di coerenza, drammaticità e suspance, ma tramite la riflessione su come si dice ciò che si dice. È il punto di partenza su cui si basa ad esempio il nouveau roman, e che porta al venire a meno dell'individualità dei personaggi, della chiarezza e univocità delle situazioni e del senso prodotto dalla pagina scritta.
Questa strada, iniziata in Francia da Robbe-Grillet e Butor, in Italia con apporti personali importanti è stata percorsa da un autore considerato "grande" dal mondo letterario Occidentale: Calvino.
Se è vero che la forma e il contenuto si influenzano da sempre, è vero che già all'inizio del secolo XX alcuni autori hanno posto sempre più la loro attenzione al lato metatestuale dell'opera letteraria.
Tornando al caso specifico (Quattro), ciò che voglio dire ("la rappresentazione dei tempi morti della vita") non lo dico attraverso l'intreccio dei personaggi, ma facendo emergere per contrasto il ruolo che il mondo esterno ha su di essi.
Nelle prime tre parti i monologhi interiori occupano la mente dei protagonisti lasciando sempre meno spazio agli accidenti del mondo esterno che emergono sporadicamente e velocemente come ostacoli nella nebbia. Nella quarta parte accade il contrario perché il lettore è posto di fronte a una descrizione delle cose "viste da fuori". La stessa successione dei fatti è discontinua: gli avvenimenti ora vengono ripresi da punti temporali diversi, costruendo la loro esatta sequenza attraverso la ripetizione e privilegiando quasi interamente il ritratto degli oggetti e dei piccoli gesti compiuti dai protagonisti.
Il contrasto fra la vita interiore e i gesti ripetitivi eseguiti sovrappensiero dà un peso specifico alle due cose: noi siamo fatti dalle nostre riflessioni e anche da ciò che compiamo senza darvi importanza.
Per esprimere questo concetto non è necessario fare interagire i personaggi in un intreccio di azioni significative: nella quarta parte di Quattro essi al contrario devono essere assenti o marginali.

Non c'è alcuna ragione perché una storia sia come una casa con una porta per entrare, delle finestre per guardare gli alberi e un camino per il fumo. Si può benissimo immaginare una storia a forma d'elefante, di campo di grano o fiammella di cerino...
Moebius, 1975

Io vivo in una casa così, la maggior parte dei lettori no, ma sono edifici entrambi dignitosi e devono essere valutati per le scelte architettoniche che li sorreggono.

Emiliano Essan-Masslo, 2 luglio 2008 (vedi anche: L'ora di Italo Calvino)

SCRIVERE, SECONDO ME
IL TEOREMA DEL LUPO DI CAPPUCCETTO ROSSO
UNO SCRITTORE, SERVE?
CONTINUARE LA LETTURA
PASOLINI, CELATI E TABUCCHI

SCRIVERE, SECONDO ME

Scrivere non è raccontare, ma ragionare. Non basta una storia a fare un romanzo, è l’idea, il pensiero che regge la storia a fare di quel romanzo un prodotto letterario. È facile scrivere per avvincere, dare l’emozione di una suspance, ma non è letteratura. La differenza fra i generi di intrattenimento (giallo, noir, poliziesco, thriller, fantascienza, fantasy, horror, infanzia) e l’opera d’arte, esiste. La seconda come i primi racconta tenendo desta l’attenzione, incuriosisce, emoziona… però non è quello il suo fine. Le strategie narrative che avvincono il lettore servono a trasmettere una visione del mondo consapevole.
Anche autori di “generi minori” possono trasmettere la loro visione consapevole del mondo, i loro libri non si esauriscono allora nei cliché della lettura di intrattenimento, ma partecipano a un discorso letterario, e in quel caso è improprio racchiuderli in un genere minore.
Il significato di ciò che si dice è legato al tempo. Ha un valore determinato dal contesto in cui viene pronunciato. Il suo tempo presente – l’attimo in cui viene enunciato – gli dà senso, e continua a produrne man mano che noi, rivolgendogli l’attenzione, approfondiamo la consapevolezza di quel tempo, relativizzandolo al nostro.
Possiamo ammirare una scultura del ‘500, ma la capiamo solo rapportandola al Rinascimento; ugualmente, il confronto fra la nostra concezione del mondo e quella dell’epoca differente illumina il discorso di nuovi significati, di una novità però mai rivoluzionaria, a meno che non sia rivoluzionaria la conoscenza che noi raggiungiamo di quell’epoca.
Questo modo di dare significato a ciò che si dice, vede il tempo come una variabile esterna a chi parla: esprimiamo un giudizio su una cosa solo nei limiti dettati dal contesto che ci contiene. La società, l’educazione, ci condizionano. Ma contemporaneamente interveniamo in prima persona nel determinare il contesto, per il semplice fatto che ci viviamo dentro. Allora, se siamo lucidi, il tempo diventa una variabile in parte controllabile: siamo noi a produrla, pensandola. Una volta capito questo, la scrittura si carica di responsabilità. Chi scrive si accolla un peso.
Nelle mie opere il tempo è qualcosa di indefinito, passato e presente si confondono, ogni ricostruzione di un quadro è frammentaria e polifonica, la stessa figura del “protagonista” è messa in discussione. Chi parla? Chi ha detto cosa? L’io narrante, o il personaggio di un suo ricordo? Più di una situazione esistenziale, o la descrizione di un quadro politico e sociale, la mia scrittura cerca di rendere il sentimento di un’esistenza, uno stato d’animo. Il centro focale è “il modo” in cui i personaggi ricostruiscono la consapevolezza di sé nello spazio, attraverso la loro percezione del tempo. Il vero protagonista è io, l’autore. Il testo è sempre un metatesto.
Sono nato nel 1967.

(gennaio 2007)

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IL TEOREMA DEL LUPO DI CAPPUCCETTO ROSSO

Cappuccetto Rosso incontra il lupo, ci parla e lui le propone di fare una gara a chi arriva prima dalla nonna, lei accetta e quando giunge a casa lui si è già mangiato la nonna. Lui, cioè lo stesso lupo.
Se io scrivo una storia posso comportarmi come i Fratelli Grimm, dove i personaggi mantengono la loro identità, oppure no. Il lupo, infatti, potrebbe essere un altro lupo. Cappuccetto Rosso incontra un lupo e con lui fa una scommessa, ma il lupo che trova a casa della nonna è un altro. Il primo magari si è perso, perché la scorciatoia che pensava di conoscere portava a un’altra casa, o perché gli è passata la fame. Il secondo è capitato dalla nonna per caso, dopo averla mangiata si è vestito con la sua camicia da notte perché ne aveva voglia e si è steso a letto perché la sera prima ha fatto le ore piccole.
Scrivere una storia così significa però venire meno a una regola non detta: assecondare le aspettative del lettore. C’è un modo codificato di creare sorpresa e suspance, è un patto tacito ma in vigore: non cambiare le carte in tavola. Il morto può resuscitare perché il giallista ci spiega che in realtà non era morto, ma rimane la stessa persona.
Dietro questa scelta, che io chiamo “il teorema del lupo di Cappuccetto Rosso”, c’è la rappresentazione di una realtà lineare, quindi facilmente comprensibile.
Per me la realtà invece non è lineare, le cose non sono subito quello che appaiono e per raggiungerle bisogna fare un bel pezzo di strada. Non è una strategia narrativa fine a se stessa, ma una condizione biografica: se scrivo così è perché sono così. La maggior parte delle opere di narrativa invece propongono un universo chiaro, nel senso di immediatamente comprensibile, magari hanno una trama complessa, ma la complessità è data dall’intreccio dei personaggi e degli avvenimenti, e non dalla natura di entrambi.
Io amo gli autori per cui le cose non sono direttamente quelle che appaiono, ma sembrano una cosa e poi si scopre che magari sono un’altra. È un universo ambiguo, il mio. Non solo gli avvenimenti ma anche i personaggi sono "collocati in luoghi insoliti".
Questo modo di scrivere spiazza, perché la maggioranza dei lettori è (io credo) pigra, e quelli come me ai loro occhi risultano nel migliore dei casi “snob”, nel peggiore “illeggibili”.

(marzo 2006)

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UNO SCRITTORE, SERVE? QUAL'E' IL SUO RUOLO NELLA SOCIETA'? L’ARTE, SERVE?

La risposta all’ultima domanda di solito è no, l’arte non serve, è un prodotto che non rientra nelle categorie misurabili in termini di utilità: il suo valore compete ad altre scale di misura. Ma io non sono d’accordo.
L’arte non è un mondo fuori dal mondo, ma una sua parte, il cui significato è stabilito dal contesto che la produce. È doveroso fare una precisazione, dividere fra la produzione cosiddetta artistica e comprendente le forme di intrattenimento, e quella che analizza e rappresenta la coscienza dell’uomo, evocando stati d’animo.
La prima ha un valore commerciale, è a tutti gli effetti un’industria, come il turismo, l’edilizia. Viene prodotta in funzione di un’utenza definita e spesso si avvale di vere strategie di marketing durante la realizzazione dell’opera stessa (ad esempio l’industria di Hollywood è arrivata a testare differenti finali di un film, provandoli in sale campione). Il prodotto che immette sul mercato ha la funzione di intrattenere, svagare, e soddisfa un bisogno concreto (non è quindi stupefacente se Hollywood fiorì in piena Recessione).
I produttori di questa forma artistica hanno un immediato successo, non solo economico (non è questo che mi interessa chiarire), ma sociale. Il loro ruolo nella società è chiaro e accettato. Sono stimati come “grandi scrittori”, “grandi attori” ecc., perché il loro talento assolve a una funzione sociale: quella di intrattenere il pubblico. La riuscita di questo compito attenua i loro limiti estetici. John Grisham “vale” meno di Hemingway, eppure, nel paese di questi due autori, molte biblioteche hanno scelto di togliere dagli scaffali i libri del secondo perché meno richiesto del primo (per capirci: Hemingway lo trovi se lo chiedi al banco, Grisham è a portata di mano).
E ancora, nessuno contesterebbe a un autore di best-seller di non meritare i suoi guadagni, invece ad alcuni giornalisti è venuto in mente di chiedere a José Saramago come avrebbe utilizzato il denaro del premio Nobel per la letteratura da lui vinto. Come se fosse una cosa inusuale, nella nostra società, che un artista (per continuare a intenderci: uno all’altezza di Michelangelo o Shakespeare), possa guadagnare molti soldi (comunque meno di un calciatore durante un campionato o di un presentatore del festival di San Remo).
Eppure Saramago vende. Meno di famosi giallisti, ma vende. Si è conquistato una non piccola utenza, quella dei lettori. Della gente che cerca nell’arte l’analisi e l’espressione della nostra coscienza, di malesseri, felicità e emozioni. Del buio in cui possiamo piombare e della speranza di mantenere accesa la luce, magari leggendo un libro di Christa Wolf, o di José Cardoso Pires. Questa gente riconosce agli Autori uno status sociale, lo svolgimento di un compito, la soddisfazione di un bisogno.
Io credo che la mancata distinzione (da parte di molte case editrici) fra questi due funzioni sociali differenti, svaluti il ruolo dello scrittore. Diventa una cosa di cui si può pure fare a meno. Non siamo più negli anni ’50 e ’60 del ‘900: quando Pasolini o Sartre prendevano posizione su qualcosa, le loro parole si rivestivano di un’autorevolezza oggi difficile da reperire, non perché non ci siano altri artisti degni di loro, ma perché la scrittura vale quanto un trhiller.
Mi spiego. Uno dei canoni per pubblicare è la facilità di espressione (pubblica chi sa intrattenere). Infatti Clarice Lispector e Robbe-Grillet sono chiarissimi… come sanno tutti quelli che non li hanno letti. C’è l’idea che la semplicità sia sempre legata alla bellezza, quindi alla vendita, ma alcune idee possono concretizzarsi solo in forme complesse: discriminare alcuni registri espressivi significa escluderle, e allora diventiamo tutti più poveri.

(marzo 2007)

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CONTINUARE LA LETTURA

Perché si scrive? È una domanda impegnativa, diventa più abbordabile restringendo il campo di indagine: perché si comincia a scrivere? Ovviamente, io posso rispondere solo per me.
Scrivo perché leggo. Ho cominciato a scrivere perché sono un lettore. I libri per me sono qualcosa di radicato nella vita, e quello che c’è dentro ha una consistenza paragonabile a una cosa tangibile, come il vento o una bolletta della luce.
Non è sempre stato così, da bambino i libri di fantascienza e i gialli, oltre ai fumetti di Paperino prima, Tex poi, sono stati un’evasione, un modo di svagarsi; mi appassionavo alla storia che si materializzava sotto gli occhi per il piacere dell’avventura.
A tredici anni le cose si sono trasformate. Leggendo Il castello di Kafka e L’età della ragione di Sartre, mi sono sentito spiazzato: a parte il fatto di non comprendere fino in fondo opere difficili per un ragazzino di quell’età, dentro ci avevo trovato qualcosa di affascinante. Gli stratagemmi narrativi erano messi al servizio dell’ introspezione psicologica, e al posto del fascino per situazioni insolite subentrava la passione per una visione critica della realtà. Il libro diventava un viaggio dentro di me.
Per usare un mezzo di locomozione proprio, oltre a continuare a leggere, ho cominciato a scrivere. Prima per gioco, poi è diventata un’attività esistenziale, un modo di costruire la mia idea di me stesso. Scrivere, per me, è continuare la lettura. Vivere.

(marzo 2007)

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PASOLINI, CELATI E TABUCCHI

Attorno ai vent’anni (1987-1990) ho scoperto tre Autori che hanno trasformato la mia voglia di leggere in voglia di scrivere: Pasolini, Celati e Tabucchi.
Sono cresciuto in un piccolo comune e ho frequentato le scuole superiori in una media città di provincia, nel momento in cui (1981) si sentiva forte “il riflusso” dall’attivismo del 1977: in classe eravamo in due a leggere il giornale e a interessarci di politica, su ventiquattro.
L’insofferenza giovanile verso il conformismo della mia classe sociale (sono un piccolo-borghese) mi spingeva a criticare il mondo politico di allora più per motivi esistenziali che politici in senso stretto. Per lo stesso motivo qualche anno più tardi, dopo la caduta del Muro di Berlino, guardavo con sospetto all’incontro nel camper di D’Alema e Veltroni con Craxi: i socialisti italiani, il “pentapartito” in generale, mi sembravano l’espressione di un vuoto di etica, una mera compagine per fare affari. L’inchiesta di Mani Pulite ha dimostrato che i miei timori di ventenne erano in parte fondati.
In quel clima ho cominciato a leggere gli articoli raccolti in volume che Pasolini aveva scritto su diversi quotidiani e settimanali dagli anni ’60 al ’75 (Le belle bandiere, Lettere luterane, Scritti corsari, Empirismo eretico). Le sue pagine, non solo di politica, ma anche di critica letteraria, erano l’espressione di un’intelligenza lucida in grado di cogliere in ogni cosa (episodio di cronaca, film, libro, dichiarazioni di uomini politici) una causa, a sua volta effetto dell’universo che l’aveva generata. Leggendo Pasolini ricostruivo la storia recente dell’Italia (i miei anni d’infanzia) e mi impossessavo di uno strumento d’analisi che non era tanto una struttura ideologica, ma uno sguardo, un modo di considerare le cose come il prodotto del loro tempo. Pasolini è stato l’autore da cui io ho acquisito il senso della storicità nel quotidiano, l’idea che fra individuo e collettività esista una membrana permeabile. Studiare i comportamenti del singolo per capire la Storia e viceversa, era quindi la strada che potevo percorrere per dare forma alla mia voglia di capire il mondo.
(Poco più tardi, ho ritrovato in Barthes – Miti d’oggi, La camera chiara, La grana della voce, L’impero dei segni – un approccio simile alla lettura della realtà.)
Nel clima di qualunquismo in cui mi sentivo immerso da ragazzo, mi sono imbattuto, più o meno contemporaneamente a Pasolini, in due altre eccezioni: Gianni Celati e Antonio Tabucchi. Per il fatto di averli scoperti assieme e per il tipo di importanza che ho attribuito loro, nel mio immaginario sono rimasti legati, tanto che mi capita di pensare ad essi con la “e” commerciale: Celati & Tabucchi. Lo so che fa ridere, però è così.
Questi autori nel corso degli anni ’80 avevano scritto cose che io, alla fine di quel decennio, trovavo di un’estrema qualità. La loro scrittura, il loro stile, mi appariva (e mi appare tuttora) essenziale: ogni frase mi sembrava pesata, come se chi l’avesse scritta fosse stato consapevole della responsabilità dovuta all’atto di scrivere. Non si trattava solo, o non tanto, di ciò che scrivevano, quanto dell’attenzione con cui le cose venivano dette. Le loro frasi, i loro periodi, erano nitidi, come se cercassero di raggiungere l’essenza di ciò che volevano rappresentare. Magari è una sciocchezza, ma l'uso parsimonioso se non assente dei diminutivi, che imperavano in televisione, mi sembrava di per sé una scelta di impegno. Durante gli anni ’80, quindi, scoprivo che due scrittori (assieme ad altri fino ad allora per me sconosciuti), si erano opposti alla superficialità che io percepivo.
Per quel che riguarda Celati, qui mi riferisco soprattutto ai libri Verso la foce e Quattro novelle sulle apparenze, ma pure le cose degli anni ’70 avevano questa caratteristica. Nel linguaggio in fermento di quelle opere (quali Le avventure di Guizzardi e La banda dei sospiri) riconoscevo l’importanza che lui attribuiva allo strumento della comunicazione scritta. (Chissà se qualcun’altro legge Tabucchi e Celati così come li leggo io?).
Pasolini, Celati & Tabucchi, hanno determinato la mia voglia di scrivere. L’importanza di avere uno sguardo lucido sul mondo e la loro facilità di comunicazione (unita alla responsabilità per la scrittura), mi hanno spinto a “continuare la lettura”, come ho detto più sopra.
Sono i lettori a cui idealmente rivolgo ciò che scrivo. (Si sentiranno per questo in imbarazzo?)

(marzo 2007)

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