Il romanzo non-storico (NAPOLISI)
Mi sono imbattuto ne Il pianeta azzurro di Luigi Malerba quando
stavo finendo la prima parte di Napolisi, e mi ha colpito per l'affinità
con l'approccio alla Storia che ho adottato io, perché Napolisi è
un romanzo "non-storico".
Questo termine è un neologismo con cui indico una forma artistica
non ancora catalogata. Descrivo questa forma per contrasto con quella del
romanzo storico.
Il romanzo storico è un'opera ambientata in un tempo diverso da quello
in cui vive l'autore, cioè il passato.
Questa scelta può essere funzionale alla rivisitazione di una faccenda nota
con una differente chiave di lettura, o alla messa in luce di aspetti trascurati
di un'epoca, o ancora, nei casi più superficiali, per dare il tocco d'esotismo
alla trama di un racconto.
Per chi come me crede che letteratura e realtà non possano combaciare, l'unico
modo per misurarsi con un avvenimento del passato è quello di utilizzare
la tecnica dell'estraniamento, abolendo il più possibile il dato temporale.
I personaggi storici non sono più loro, il tempo, che non può essere abolito,
però sfuma. La realtà - la visione che l'autore ha della realtà - è suggerita
per differenza, o analogia.
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NAPOLISI
Ho scritto questo libro come tributo a un autore che stimo. Ovviamente,
la sola stima non è sufficiente a spingermi a scrivere un romanzo;
l'ho fatto perché di lui vedo imporsi, ogni anno che passa sempre
più, un'immagine che lo diminuisce.
È ricordato soprattutto come intellettuale per i suoi interventi
sulla realtà italiana, ed è ciò che a me non piace,
per due motivi: la sua analisi della società si basa su un principio
sentimentale, più che storico, e spesso polemizza accentuando il
tono provocatorio, proponendo sì tesi stimolanti, ma lasciandole
incomplete. L'immagine di cui parlavo lo immortala come polemista maledetto,
perché mentre metteva a nudo numerosi aspetti negativi del Paese
è stato ammazzato.
Io credo che questa morte abbia dato vita a una martiriologia: di per sé
non dovrebbe condizionarne l'immagine di autore, ma se la si elegge come
chiave interpretativa di ciò che lui ha fatto, è ciò
che succede.
Già in vita la critica aveva riconosciuto il suo valore, e nel decennio
successivo alla morte diversi contributi hanno tracciato un profilo pertinente
all'interno della letteratura italiana del '900. Il tempo cambia però
le cose e la banalizzazione che io scorgo attorno a lui può essere
pericolosa.
Ho appuntato allora la mia attenzione su un decennio, dieci anni prima che
lui morisse, in cui ha scritto quattro opere perfette, dove per perfezione
intendo l'innovazione formale giunta a una lucida rappresentazione dello
stato d'animo.
Il suo tributo letterario è quello di avere fotografato il travaglio
personale e politico di una coscienza nella propria epoca, e la sensazione
di persecuzione che una società razzista incute in chi per la sua
diversità è perseguitato. Tutto ciò, affermando la
fiducia nella coincidenza fra realtà e letteratura.
Nel periodo immediatamente successivo a quello che prendo in esame nel mio
romanzo, è mia convinzione che questo autore si sia reso conto dei
limiti di tale idea e abbia cercato nuove forme espressive (cinema, teatro,
articoli di attualità) perché non riusciva a innovare la sua
scrittura. Nonostante l'interesse che quest'ultima sua produzione suscita
in me (nell'indeterminatezza della forma egli persegue forse una nuova forma),
è soprattutto per le opere scritte prima di quel momento che io continuo
a leggerlo.
Pur avendo una visione della letteratura che lui magari non condividerebbe.

