VERITÀ PER ALDO BIANZINO
AGGIORNAMENTI
agosto 2008: Il gip Massimo Ricciarelli ha respinto la richiesta dell'archiviazione del caso avanzata dal PM. Il caso non è chiuso. Ulteriori informazioni le trovate sul blog per Aldo Bianzino: veritaperaldo
19 giugno 2008: qui trovate l' intervista al padre di Aldo Bianzino, Giuseppe, raccolta da Francesco "Baro" Barilli, dove viene ribadita la voglia della famiglia di andare avanti nell'inchiesta sulla morte di Aldo, entrato in carcere per coltivare qualche pianta di canapa indiana nel suo orto e trovato morto due giorni dopo in cella.
Vi invito a vedere questo video
"La situazione della famiglia è tragica. Abbiamo conosciuto
Roberta, sua madre (91enne) e suo figlio […].
Questa famiglia, oltre alla paura, vive un disagio economico notevole.
Roberta è malata e invalida civile al 100% (250 euro di pensione
al mese!), la madre per quanto arzilla è sempre ultranovantenne e
dovresti vedere dove abitano, praticamente isolati e indifesi.Questa è
la vera emergenza, aldilà della tragedia di Aldo, c'è da salvare
una famiglia rovinata da una vicenda oscura e oscurata. C'è da pensare
ad un ragazzo che ha 14 anni e si ritrova con una madre malata e un padre
che non può più provvedere a lui.
Esiste anche un C/C postale su cui effettuare donazioni:
c/c postale n° 27113620 intestato a Roberta Radici.
[…] "
Questo parole, e questo appello, sono estratte dal testo scritto a cura del Meetup Beppe Grillo di Perugia il 28/12/2007. Le faccio mie girandole a voi.

TESTO:
Mi chiamo Roberta Radici, vivo sull'Appennino umbro-marchigiano, fino a poco tempo fa con il mio compagno, mio figlio e mia madre, che ha 91 anni. Una mattina la nostra vita, le nostre vite, sono state veramente lacerate, come se fosse venuto il diavolo a bussare alla nostra porta, lacerate, la nostra famiglia menomata, mutilata, in tutti i sensi.
Venerdì 12 ottobre 2007 quattro poliziotti, una poliziotta, un finanziere con il cane ci hanno chiesto se avevamo un avvocato di fiducia, e quando noi abbiamo detto di no hanno proceduto mostrandoci un foglio che li autorizzava a perquisire la nostra abitazione.
Quando hanno visto che non c'era niente in casa sono andati a fare dei giri nei campi intorno, nei campi che sono, che erano di Aldo, e hanno trovato queste piante di marijuana che subito Aldo ha detto essere per il suo uso personale e che ne rispondeva lui. Ci siamo fatti portare via senza chiamare nessun avvocato, anzi, un avvocato d'ufficio ce l'hanno chiamato loro, allorché siamo arrivati nel Commissariato di Città di Castello. Da lì ci hanno portato prima alla Questura di Perugia dove ci hanno rilevato impronte, fotografie, insomma già là ti senti sbattuto come un criminale, però evidentemente è la prassi, e poi da lì siamo andati insieme al carcere di Capanne. Ci hanno subito separati e io sono stata la prima, diciamo, a essere immatricolata e portata quindi nel padiglione femminile, dove sono stata messa in una cella con altre detenute.
Sabato 13 ottobre, verso le due, è venuto l'avvocato, quello d'ufficio che la Polizia stessa di Città di Castello aveva chiamato, e con Aldo aveva parlato. Guardandolo proprio negli occhi gli ho detto "Ma lui come sta?", "Be', insomma, sicuramente è una persona che sta vivendo una situazione difficile, non siete mai stati coinvolti in una questione del genere, quindi il suo stato d'animo... però le sue condizioni di salute sono perfette."
La domenica mattina comunque mi sono svegliata, non mi sentivo bene, è arrivata una secondina [...] che ha detto: "Radici, scenda giù, è desiderata giù". Mi sono seduta, perché mi ha fatto sedere questo personaggio che mi si è parato davanti, e si è presentato – era vestito in borghese – come vice-ispettore capo, e ci aveva il giubbottino, dice: "Io signora stavo andando a caccia e sono qui apposta per lei". Mi ha cominciato a chiedere: "Ma suo marito soffre di svenimenti?" Dico: "No, assolutamente. Ma perché, che è successo?" "Signora, mi risponda! Soffre di cuore? Ci ha qualche problema al cuore, suo marito? È mai svenuto?" "No, assolutamente no" "Forse lei non lo sa..." "Be', io ci vivo da 16 anni, non mi risulta per niente. Ma perché? Dov'è adesso Aldo? Me lo dica, dov'è?" "Lo stanno portando all'ospedale Silvestrini per cercare di salvarlo, anzi, l'abbiamo già intubato". Insomma non s'è capito bene, "gli faranno una lavanda gastrica, anzi una gliela abbiamo già fatta", insomma lui ha boffonchiato qualcosa che io, cioè, "Mi dica, mi dica, perché noi lo possiamo ancora salvare, perché io chiamo i medici e glielo dico." Al che dico: "Ma guardi, assolutamente no, ma che cosa mi dice?" "Va bene signora, torni su e le faremo sapere."
A mezzogiorno e cinque è tornata la prima secondina , quella della mattina, delle nove e un quarto, che ha detto: "Radici Roberta scarcerata, prepari la sua roba". Io immediatamente me so' tirata via tutte le cose, scendo giù e mi trovo di nuovo questo vice-ispettore e un altro personaggio, che non so chi sia, comunque vestito anche lui in borghese e con l'aria di essere uno molto affaccendato, uno che c'aveva da fare. Allora, appena finito di firmare chiedo: "Quand'è che posso vedere Aldo?". E questo mi ha risposto letteralmente: "Signora, martedì dopo l'autopsia."
"COME, DOPO L'AUTOPSIA? CHE COSA?"
[...] Questo medico legale, comunque, che mi ha chiamato, alla presenza mia, della sua ex moglie [di Aldo], delle sue due avvocatesse, cioè della ex-moglie, e di questo avvocato d'ufficio [...], quindi davanti ben a cinque persone, mi chiedeva, secondo il mio punto di vista, quali potevano essere le motivazioni per cui Aldo era stato ucciso. Io ho detto, che non credevo ci fossero delle motivazioni. Io ho pensato così: un pestaggio andato oltre le intenzioni. E questo signore, che è un medico legale, e non è un mio amico e neppure un passante, e quindi ha tutti gli elementi per poter fare delle motivazioni... non casuali, ecco, ha detto:
"No signora, questi sono colpi che sono stati dati con l'intento di uccidere. Colpi dati scientemente con una tecnica scientifica, usata anche presso alcune corporazioni militari, che mirano a distruggere gli organi vitali, interni, senza lasciare traccia alcuna. Perché non si capisce come mai questo cristiano (lui è così che si esprimeva), ci ha il fegato distaccato e spappolato, e però da fuori non c'è neanche un segno, non c'è nenache un segno sulle ginocchia, quindi segno evidente che non è caduto. E poi, in più, ha quattro emoragie celebrali."
Io non mi fido più di nessuno [...] (continua)
Il blog per Aldo Bianzino: veritaperaldo
Lettera di Giuseppe Bianzino (padre di Aldo)
(tratta dal Il Manifesto del 16 novembre 2007)
Cari amici de
Il Manifesto, sono il papà di Aldo Bianzino (morto di percosse
nel carcere di Perugia il 23/10 dopo essere stato arrestato per detenzione
di marijuana, ndr) vi chiamo amici perchè, pur non conoscendovi personalmente,
vi ho sentiti vicini nella tragedia che ci ha colpiti. Io e mia moglie desideriamo
vivamente ringraziare voi e tutti coloro che hanno seguito e raccontato
i fatti. Un grazie va a Luigi Manconi, al quale in particolare ci affidiamo
perchè non molli e faccia di tutto per arrivare alla verità
e identificare i colpevoli, e alla signora Maria Ciuffi, la mamma di Marcello
Lauri che era stata colpita da una tragedia uguale e che ci ha scritto una
lettera che voi avete pubblicato. Unisco a questa lettera alcune mie riflessioni
delle quali mi assumo in ogni caso tutta la responsabilità scaricando
eventualmente voi.
1. Quelli che hanno massacrato Aldo si sono comportati come i componenti
della famigerata banda banda Koch, o come gli aguzzini di Videla o Pinochet.
In quella gente però c'era una diversità: combatteva in modo
ignobile, contro qualcuno, aveva una parte avversa, inerme e debole, ma
comunque avversa che stava "dall'altra parte", che, almeno ai
loro occhi, si configurava come "nemico". Lungi dall'essere una
giustificazione, questa se non altro può essere un spiegazione. Ma
Aldo, di chi poteva essere "parte avversa"?
2. Il direttore del carcere chiama se stesso e la sua organizzazione fuori
da ogni colpa: ma in quel carcere che si definisce di "sicurezza",
non era forse lui prima di tutti il responsabile di ciò che avveniva,
della vita e della salute di chi gli era stato affidato? Si possono paragonare
tra loro l'illegalità (secondo la legge italiana attuale) di coltivare
piante di cannabis e le sevizie mortali (materiali, mentali, morali) inflitte
ad un uomo? Eppure si sente aleggiare, tra i "benpensanti", la
gente "per bene", che in fondo era un drogato, quindi aveva le
sue colpe. La legge infame di cui sopra, tra l'altro accomuna marijuana
e crack, eroina, cocaina, etc.: è come paragonare la camomilla ai
barbiturici. Quanto al tenore di cannabinolo contenuto nelle piantine coltivate
ai nostri climi, per una pianta che, a quanto mi risulta, è acclimatata
bene in Libano e in Messico, credo ci sarebbe da discutere.. Per l'accusa
di spaccio, basta ricordare che la perquisizione in casa di Aldo ha fatto
ritrovare in tutto 30 (trenta!) euro. E Aldo non aveva conto in banca o
in posta.
3. Mi dicono che il Pm che ha in mano l'inchiesta sia una persona seria,
che vuole andare a fondo e trovare i colpevoli. Ma è quello stesso
che ha fatto arrestare Aldo e la sua compagna. Possibile che non avesse
saputo che così facendo avrebbe lasciato soli in una casa isolata
sull'Appennino un minore (quattordicenne) con la nonna ultranovantenne dalla
salute precaria?
4. Non ho nessuna fiducia che si arrivi a stabilire la verità tramite
la "giustizia" italiana. Abbiamo troppi esempi in cui lo stato
italiano ha coperto le colpe di delitti e stragi su cui aveva interesse
che la verità non venisse fuori. Mi vengono in mente Piazza Fontana,
Brescia, Bologna, l'Italicus, Ustica, il G8 di Genova, l'assassinio di Pinelli,
in cui il primo responsabile a sua volta è stato messo a tacere in
un modo che ricorda parecchio il caso Kennedy, mandando poi in galera gente
che probabilmente non c'entrava affatto. Voglio vedere, (ma vorrei non vedere)
se anche qui trionferà la logica degli omissis (magari non dichiarati)
del segreto di stato, della vergogna. Siamo sicuri che tutte le morti avvenute
in carcere in questi anni e catalogate come "suicidio" siano state
veramente tali?
5. C'è un pezzo per pianoforte di Robert Schumann, triste, ma di
una tristezza quasi incredula, che ripete in vari toni, la stessa frase
musicale che è una disperata domanda : si intitola "Warum?",
perchè?
Giuseppe Bianzino
Lettera di Claudio Bianzino (fratello di Aldo) al Presidente
della Repubblica Giorgio Napolitano
(24/12/2007)
Signor presidente,
nonostante la grande stima che ho nei suoi confronti, mi perdonerà
se, seguendo l'esempio dei miei genitori, volutamente non uso le lettere
maiuscole nel rivolgermi a lei ed alle istituzioni in genere, nel tentativo
di riavvicinarvi un po', almeno simbolicamente, alla popolazione italiana.
Leggo sui giornali, con immensa gioia, che é stata finalmente presentata
all'ONU la moratoria internazionale sulla pena di morte. Credo che sia una
grande battaglia di civiltà portata avanti dal nostro Paese.
La vicenda di cui vorrei informarla, però, è un'altra. Non
so se ha sentito parlare di quell'uomo di 44 anni, trovato morto nel carcere
di Capanne, nei pressi di Perugia, la mattina del 14 ottobre scorso.
Quell'uomo era un falegname che viveva nelle campagne dell'Umbria, nel cuore
del nostro Paese, e conduceva una vita fatta di duro lavoro, amore per la
propria famiglia ed i suoi tre figli, di preghiera ed amore per la natura.
Quell'uomo costruiva mobili, mensole, porte, finestre, soppalchi. Era una
delle persone più tranquille del mondo, quell'uomo, ed era circondato
da centinaia di persone che gli volevano bene. Era un nonviolento, un "gandhiano",
e, come me, avrebbe apprezzato moltissimo l'iniziativa per l'abolizione
della pena di morte in tutto il mondo. Quell'uomo la sera del 12 ottobre
è stato arrestato perché nel suo orto è stata trovata
qualche piantina di canapa indiana per uso personale.
La canapa, come è noto, è quella pianta che i nonni dei nostri
nonni hanno coltivato e utilizzato per centinaia di anni, fino all'introduzione
in Europa del tabacco, pianta che, a differenza della canapa, provoca dipendenza
e causa milioni di morti in tutto il mondo. Va da sé che se in un
Paese aumentano le cose considerate illegali, il mondo dell'illegalità
trova nuova linfa per alimentarsi e diventare sempre più forte. Ecco
probabilmente perché, venendo incontro alla mafia, alla camorra,
alla 'ndrangheta, alle multinazionali del tabacco, nonché alla malavita
in genere, la canapa è stata equiparata alle droghe ed inserita tra
le sostanze illegali. Fermo restando, comunque, che il problema della droga,
quella vera, quella che si trova con gran facilità in tutte le discoteche,
o quella di cui fanno uso molti uomini d'onore che siedono sui banchi di
Montecitorio e Palazzo Madama, sia un problema molto serio.
Ma torniamo al nostro uomo, un problema ancor più serio. L'arresto
è avvenuto al termine di una giornata di perquisizioni, a seguito
delle quali, oltre alle piantine, si è scoperto che il falegname
aveva soldi in casa per un valore di 30 (trenta) euro, e nessun conto in
banca o in posta. E' stato quindi deciso di mettere l'uomo, totalmente incensurato,
in una cella di isolamento, e lasciare a casa, per un tempo indeterminato,
un ragazzino di 14 anni in compagnia della nonna ultranovantenne in precarie
condizioni di salute.
C'è chi dice che l'uomo sia stato scambiato per qualcun altro, forse
per uno spacciatore, forse per un anarchico o chissà chi.
I fatti ci raccontano che dopo l'arresto, sono state effettuate le consuete
ed accurate visite mediche e psichiatriche, attestanti che l'uomo era in
perfette condizioni psico-fisiche, con pressione arteriosa e battito cardiaco
ottimali. La mattina del 14 l'uomo è stato trovato morto.
I medici legali, la voce della scienza, ci dicono che dopo la prima autopsia
sul corpo dell'uomo sono state riscontrate delle lesioni. Lesioni compatibili
con l'omicidio. Compatibili con la tortura. Tortura che, se confermata,
è stata certamente compiuta da professionisti, gente addestrata ad
uccidere con metodi che non lasciano segni esteriori, ma svariate lesioni
interne, riscontrabili solo tramite esami autoptici.
Ovviamente c'è un'indagine in corso, che potrà confermare
o meno queste ipotesi. Ed a proposito dell'indagine, essendo lei anche il
presidente del Csm, vorrei informarla di alcuni particolari. Si sa che un
carcere di "sicurezza" è tenuto ad essere videosorvegliato
ed a fornire le immagini di tutto ciò che succede al suo interno,
24 ore su 24. Ma le attese immagini chiarificatrici non hanno ancora chiarito
nulla. Si sa anche che quando un magistrato fissa l'incidente probatorio
è obbligato a convocare tutte le parti in causa. Ma anche questo
non è successo.
Ultima precisazione, poi, che potrebbe apparire alquanto bizzarra: il magistrato
che sta conducendo le indagini è la stessa persona che ha ordinato
l'arresto dell'uomo.
E' ovvio, comunque, che in un Paese civile come il nostro, un Paese che
diffonde democrazia, pace e giustizia in tutto il mondo, ci si aspetterebbe
che, se ci fosse qualcuno sospettato per aver commesso un simile assassinio,
costui fosse quanto meno sospeso dal proprio incarico. Beh, non ci crederà,
signor presidente, ma questo non è successo. Un Paese come il nostro,
che porta alta la fiaccola dei diritti umani ed urla al resto del mondo
di abrogare la pena di morte, consente a propri dipendenti, sospettati di
simili atrocità, di continuare ad esercitare la loro "professione"
indisturbati, magari nei confronti di altri uomini o donne. Magari proprio
in questo momento, mentre le sto scrivendo.
Sabato 10 novembre a Perugia c'è stata una grande manifestazione,
piena di giovani e con oltre duemila persone, che chiedevano verità
e giustizia per quell'uomo. Chiedevano di poter vivere in un Paese migliore,
signor presidente.
Ho la speranza, signor presidente, che un giorno qualche nazione, ancora
più civile della nostra, vada all'ONU a chiedere che venga fatta
piena luce sulle centinaia di morti che avvengono all'interno delle carceri
italiane.
Questo per sperare di poter vivere in un mondo un po' più giusto,
un po' più libero, un po' più vivibile. Così come avrebbe
voluto anche quell'uomo. Quell'uomo che si chiamava Aldo. E che era mio
fratello.
Distinti saluti.
CLAUDIO BIANZINO
Tre poesie di Jane R. Oliensis per Aldo Bianzino
tratte da una raccolta di dodici pubblicate sul mensile umbro Micropolis.
1
My foot's been aching all day
from the damn Ikea chest of drawers that fell on it
eight months ago
and Aldo is dead.
I've been thinking about fragility all day long,
how pain remembers pain
and Aldo is dead.
Argentina said he had beautiful green eyes
but I never noticed.
He was beautiful.
He was
1
Il piede mi ha fatto male tutto il giorno
per la maledetta cassettiera dell'Ikea che ci è caduta sopra
otto mesi fa
e Aldo è morto.
Ho pensato alla fragilità per l'intera giornata
a come il dolore ricordi il dolore
e Aldo è morto.
Argentina ha detto che aveva bellissimi occhi verdi
ma non ci ho mai fatto caso.
Era molto bello.
Era
2
It's fall, yes, that season,
orange for pungency and red for fire and charred remains,
the funerary urn he never had -
so customary in Umbria.
I'll put a saw on his and sand paper.
These rough edges will never be smooth.
And a goofy paintbrush.
2
È autunno, sì, quella stagione,
arancione per l'asprezza, rossa per il fuoco e i resti delle braci,
l'urna funeraria che lui non ha mai avuto
tanto comune in Umbria.
Scolpirò una sega, sulla sua, e carta vetrata.
Questi spigoli rozzi non saranno mai levigati.
E un buffo pennello.
3
I never knew him very well,
but can't bear to think of him becoming a ghost.
The sparkling glasses,
whimsical constellation
3
Non l'ho mai conosciuto bene.
Ma non riesco a immaginare che diventi uno spettro.
Quegli occhiali sfavillanti,
estrosa costellazione.
Potete leggere tutte le poesie qui.
Jane Oliensis vive sulle colline di Assisi con la sua famiglia, tre simpatici cani e due gatti. Scrive, insegna, ed è presidente dell’associazione culturale Humanities Spring di Assisi.
